Il ping pong lughese in parrocchia negli anni 60


Tempo addietro , in  una di quelle mattine uggiose  e senza impegni , sono  in casa , e  decido di approfittarne per  mettere un po’ d’ordine  alle mie scartoffie , fatte di appunti , annotazioni, articoli di giornale e  di  fogli , sparsi un po’ ovunque ,  di cartelle di ogni formato , di riviste e libri impilati nelle mensole o depositati  nei cassetti. Il tutto messo senza una precisa distribuzione.
Anche se questi sono i miei posti preferiti , anche se questo  è l’ordine delle mie cose , c’era bisogno di riordinare in senso un po’ più razionale.
Mentre sono così impegnato in questo lavoro, da uno sportello della libreria-biblioteca, in un angolo sotto una montagna di carta mi trovo tra le mani il vecchio album di casa , con  le foto di famiglia,  foto di ogni tipo scattate nel tempo , ricordi vari , i più disparati,  e le foto di gioventù .
Mentre sfoglio le pagine,  gli occhi si soffermano su alcune mie foto in bianco-nero fissate con linguette ai lati  ,  di quando  pongista in erba  tiravo  i primi colpi: la foto  scattata nel  59 aveva come sfondo le terme di Castrocaro e il compagno al tavolo di ping pong in pietra , quell’avversario era  mio padre ,  che è stato il  primo maestro e  poi nella mia esperienza sportiva , al bisogno perché minorenne, mi portava alle gare come tecnico accompagnatore . Sostanzialmente, devo  a lui questa passione , che mi accompagnò da bambino e per un decennio poi.
Andando avanti ,  arrivo ad  alcune foto  scattate in gara e le vittorie in singolo immortalate con la coppa e i successi con  la squadra giovanile descritti in qualche articolo dei giornali locali di allora.
Mamma mia quanti bei ricordi ! e accidenti  come è passato in fretta tutto questo tempo !       
E così mi faccio  sorprendere da un bagliore, ho  uno scatto di  gioia infantile , un brivido lungo la schiena,  condito dal groppo in gola  mentre guardo ancora quelle foto .
E’quel tipo di gioia che apre il cuore  alle cose semplici , un flashback , dove i ricordi improvvisi del passato , quell’infanzia semplice e giocosa , in un mix  di  esperienze, di emozioni , di gioie , di piccole sconfitte  ,  anche delusioni ed  amarezze , tutti  ingredienti necessari al nostro vivere.
Quel cerchio di vita dell’infanzia che racchiude il vissuto  di ognuno di noi , con le sue gocce d’acqua di felicità.
E adesso che faccio?  Mi chiedo : perché è successo? E in testa mi frulla una idea : e se provo a buttar giù qualcosa ? Vediamo cosa salta fuori. A chi può interessare? Piacerà ? Ci provo . 
E  così chiudo gli occhi , e continuo a scrivere quello che viene .
Mi concentro un po’, mi aiuto con un profondo respiro e mi lascio trasportare in un tuffo spettacolare con doppio avvitamento carpiato  seguito da una entrata pulita , perfetta e filante  nella bolla del mio passato ; un ritorno a casa nella grande scatola dei ricordi .
Cosa vedo? Vedo aprirsi da questo scrigno impolverato  l’immensa nuvola di quegli anni spensierati, dei tanti  ricordi frizzanti di  gioventù , e questa nuvola si concede  lentamente   un po’svogliata ,  quasi restia  a mostrare  i suoi segreti .
Poi vinta l’iniziale resistenza la nuvola dapprima molto fitta  si apre sempre di più formando uno squarcio  ed ecco che  sento  dapprima un  ticchettio  quasi impercettibile , poi sempre più forte  , un suono  che vagamente mi ricorda qualcosa ,  una nota acuta e secca sulla tastiera del pianoforte  a me un tempo familiare, che si ripete  più volte intervallata da brevissime pause .
Il suono  ritorna col suo eco , e mi trovo  dentro un grande  stanzone scarsamente illuminato , con  sedie e tavolini ai lati delle pareti parzialmente  nude  e macchiate ,  decorate da disegni scuri , indefiniti , lasciati dall’umidità , e chiazze  spugnose che partivano dall’attaccatura del pavimento  e proseguivano lungo il muro. 
Quel tocco è ora più nitido , la nota sorda ,  assomiglia a qualcosa che rimbalza ,  fa “ping”, poi una breve pausa , ancora quel suono che ritorna , e ancora la nota  diventa  “pong” poi ancora una pausa ed ecco  finalmente apparire lei , la pallina bianca  che rimbalza  , un batuffolo abbagliante  in volo  sul tavolo di legno .
Proprio così , quella pallina volava su quel tavolo  di legno massiccio piazzato nel centro della sala ,  dal colore verde opaco e dal rimbalzo ballerino , proprio perché  non sempre regolare e spesso aveva rimbalzi  subdolamente ingannevoli.
Il tavolo o meglio quel tavolaccio su quattro gambe posticce  si presentava  come una scultura lignea senza pretese,  creata dal falegname a suon di pialla e passata con la  vernice verde per tutto il piano e rigata di bianco tutt’attorno.
Il quasi travone rettangolare aveva gli angoli  un po’ smussati, il piano presentava vistosi sfregi e numerosi buchetti  e solchi distribuiti qua e là , conseguenza di  tanti colpi , di tante  sfide , di tante partite,  in quei pomeriggi trascorsi giocando nella sala dell’oratorio parrocchiale .
Eh sì, è proprio così. 
Allora ci divertivamo così  all’ombra del campanile.
Era l’oratorio del circolo Silvio Pellico ,  situato al piano terra a fianco  dell’antico Chiosco francescano facente parte della chiesa  della Collegiata, che guardava il  pozzo situato al centro del cortile interno , fatto  di pietra bianca lavorata e scolpita con figure su cui poggiava  la struttura arcuata in ferro battuto .
Erano gli anni 60  e a quei tempi  era lì la nostra vita, per noi bambinetti di quartiere di  8-10 anni ;    era lì  il  passatempo delle nostre scorribande pomeridiane fatto di interminabili partite di calcio ,  partite al calcio-balilla e di tanto , tanto ping pong.
La Chiesa aveva bisogno di noi  come chierichetti per le sante messe e  per le funzioni religiose  ;  noi avevamo bisogno di Lei per poter giocare, per trovarci in  un ambiente accogliente , in  un luogo  sicuro e protetto ,  per dirla con la voce dei nostri genitori. 
E così da una parte noi chierichetti scatenati , dall’altra il giovane Don ,  cappellano di fresca nomina con la sua lunga veste nera . Era  Don Carlino, ma non era solo il Don , era qualcosa di più , perché era uno di noi. 
Il  Don  per poter  giocare puntualmente si portava  l’ampio bordo  del vestito nero in alto verso la cintura e il lembo lo incastrava ben bene  sotto di essa , per non correre il rischio di inciampare  mentre giocava .
Per i più era lui il nostro primo maestro , il nostro “tecnico”  si direbbe oggi  .
Non solo.
Per  me poi, negli anni successivi è stato un maestro di vita. E‘ stata una grande fortuna.
A  quell’epoca  quindi , era  il nostro idolo , il nostro faro   perché per noi principianti in erba  sapeva giocare bene a ping pong , e  con la pallina  era un asso  sia di  tocco sia nelle schiacciate .
All’inizio  del nostro praticantato pongistico ogni tanto perdeva qualche partita per sua gentile concessione ;  in definitiva ci faceva vincere  e  questo semplicemente  per stimolarci .
Era sempre il buon samaritano della situazione, sempre pacato e paziente alle nostre intemperanze ,
ma anche lui perdeva la pazienza ;   in poche parole era veramente  un grande.
Era lui ad aprire l’oratorio  dopo aver officiato la santa messa .
E noi chierichetti  sornioni , per ingraziarcelo eravamo sempre  seri durante   la messa , precisi  e pronti  nel rispettare i tempi e con modi  rigorosamente  cerimoniosi durante le funzioni .
L’occhio sveglio di noi e gli sguardi elettrizzanti  però ,  non potevano  sfuggire all’osservatore più attento .   Il motivo di questo atteggiamento era ben altro.
Ma era giusto così, diamine.
Quello sguardo  ad un certo punto, verso fine cerimonia domenicale diventava diabolicamente furbesco e vivo   rivolto all’uscita dell’altare che dava  lungo un breve corridoio  che era protetto da una debole e fiacca  luce che pendeva dal soffitto  , e non si notava ;  le scarpe poco a poco prendevano a pestare piano piano ,  poi sempre più velocemente.
Appena  il nostro Don aveva sospirato il fatidico  e liberatorio : “ITE MISSA EST“ e avevamo lasciato l’altare scendendo i pochi consunti gradini ,  il ritmo aumentava   metro dopo metro sempre più freneticamente , e  varcata la porta che lasciava alle spalle l’altare , scattavamo in avanti come schegge , attraversando la sagrestia  per lanciarci poi  fuori lungo  il porticato ,  per cercare di arrivare all’oratorio prima degli altri . Ovvie e  scontate le gomitate tra noi.
Erano brevi scatti da centometristi di primo pelo che attraversavano  l’oscura sagrestia con tutti i suoi parimenti sacri scrupolosamente disposti in modo ordinato dal sagrestano, e nella corsa cercavamo di non centrarli e di non farli cadere  per non perdere del tempo prezioso .
Cominciava poi la sfilata al volo  della “cotta bianca” , la nostra divisa,  che si indossava sempre per le funzioni religiose e con un preciso colpo l’agganciavamo  all’attaccapanni di legno scuro. 
Non mancavano poi in queste fughe  un po’ folli  le rovinose cadute sui ciottoli tondi ma irregolari del cortile adiacente il porticato .
Le ginocchia  sbucciate e talvolta insanguinate erano all’ordine del giorno . E’ capitato anche di lasciare sul selciato i denti da latte ,  quelli davanti , che   mordendo sul terreno duro   s’accartocciavano sui sassi umidicci ,  per poi  rotolare insanguinati lungo il cortile .
Non c’è mai stato nessuna conseguenza per noi chierichetti scatenati,  nessuna  morte per  infezione.
Bastava  un po’ di saliva , qualche sputo di pulizia rapida per rimuovere i sassolini e la polvere dalla bocca e via andare   al posto di combattimento , al nostro tavolo . 
Troppo bello era il premio che ci aspettava per noi bambini , dopo  il nostro servizio di chierichetti , e non era certo una sbucciatura a fermarci . Il  giovane “cappellano”  nel frattempo,  anche lui contento e  a posto con Dio ,  arrivava  di corsa tutto trafelato .
Apriva l’oratorio , si sfilava il collarino bianco dal collo , gesto che gli serviva  per sudare di meno  e subito pronto si metteva a palleggiare  al tavolo con uno di  noi ;  con quello che era arrivato per primo alla porta . Queste erano le nostre  regole.
Dopo il riscaldamento iniziale durante il quale ci dava  consigli e ci ricordava l’ABC  del gioco e le dritte su come giocare , come colpire di dritto e di  rovescio , come piazzare  meglio la pallina e conquistare  il punto , si faceva finalmente la partita . Allora si vinceva ai 21.
A dire la verità , la chiamavamo racchetta ,  quella specie di sagoma ovale fatta  di puro legno da una parte e con la gomma a puntini corti dall’altra ; quelle più lussuose invece avevano la gomma coi puntini in tutte e due le facciate  con  gommapiuma sotto. Roba da “baiocc” .
Un  vero lusso a quei tempi .
Chi l’aveva era proprio più fortunato  e poteva tirare i colpi migliori.
Le nostre erano racchette di produzione italiana  dai nomi storici, Valsport, Simonis , Ju rapida ,  marchi che allora andavano per la maggiora ,  poi  scomparse nel nulla o dimenticate per sempre nei magazzini,  perché passate di moda .
Il mercato si evolveva con il  nuovo che veniva avanti, soprattutto quello dall’estero che  proponeva ben altro materiale rivoluzionario .
E poi quella rete bucherellata quasi strappata, coi buchi larghi  per la troppa  usura , o per eccessiva vecchiaia, era lì , a dividere il campo da gioco , sempre pronta a reggere l’urto della pallina sui fragili paletti di sostegno e sorniona a volte a farla cadere  o lambire lungo la bandella bianca .
Immediato era poi l’urlo di gioia o di rabbia a seconda se la bianca pallina  cadeva sul proprio campo o su quello dell’avversario .
Ovvero era il classico “sghetto” , il colpo fortunato ,  la miracolosa culata , quel “bus de cul” che aiutava a stare agganciato all’avversario in fuga o a volte serviva maliziosamente  a vincere la partita , quel 21 a 19  di allora , ” la vittoria “. Poi esplodeva l’urlo liberatorio , quel ” e vaiii “!! col pugno chiuso rivolto al cielo.
Il campioncino di turno aveva vinto la sua partita .
Il vincente rimaneva in campo e subito si faceva sotto un altro , il nuovo avversario , pronto a vendere cara la pellaccia.
E più si vinceva, e più si giocava , e più si giocava , più si sudava .
Le rivincite erano ripetute ,  interminabili,  perché nessuno ci stava a perdere .
Arrivava ahimè  anche  il momento del ritorno a casa , tutti bagnati fradici di sudore , spesso in ritardo , per fare i compiti soprattutto nel periodo della scuola , e altrettanto spesso non mancavano  le immancabili sgridate .
E’ questa l’ora di venire a casa ???  
“Guarda come sei ridotto ! “ .
“ Guarda come sei tutto sudato !”. 
“E i compiti quando li fai ?, somaro !!
A volte ci scappava anche  lo “scapazou” dal di dietro  a mano aperta,  se il ritardo era troppo pesante ,  come punizione immediata , e la dolorosa  squalifica per qualche giorno dall’oratorio . Per intenderci, i nostri genitori non scherzavano sulle regole scolastiche .
Anche lo “scapazou” sonoro  sulla faccia o sul sedere faceva parte del gioco per noi piccoli gladiatori scatenati , mai stanchi , per le ore trascorse all’oratorio .
Che tempi!! 
Di quei salutari  “scapazou”  comunque  non è mai morto nessuno .
Anzi ,  forse ci hanno forgiato.
Certo che  per giocare in un ambiente  chiuso si andava meglio  in primavera , se  d’inverno era off limit il riscaldamento , la temperatura in quel periodo era molto più gradevole  .
D’estate  invece si giocava con le finestre aperte e  la porta spalancata ,  ma d’inverno era tutt’altra faccenda , perché   in quegli inverni gelidi anche l’oratorio era gelido .
Di pomeriggio non era mai riscaldato ; ci scaldavamo giocando , con le mani  un po’viola all’inizio , per il crudo pungente dell’ambiente , mentre  nell’aria , per un  po’ di tempo  spesso  volava il nostro respiro come tante  bizzarre nuvolette che vagavano per la sala da gioco.
E questo si ripeté  negli anni successivi anche quando il nuovo Circolo si trasferì al primo piano, e a noi già più grandicelli ci avevano assegnato  una stanza abbastanza capiente e lunga con  un tavolo da ping pong, questa volta un Simonis da competizione . Era situata oltre il bar ,  dopo la sala riscaldata  con due tavoli da biliardo. Purtroppo  ancora una volta,  per noi il riscaldamento era rimasto  escluso ; il riscaldamento non era stato  previsto per via dei costi . Prendere o lasciare.
Eravamo cresciuti però ,  e quindi  più forgiati anche al freddo invernale. 
La nostra palestrina , chiamiamola così , si trovava  adiacente il  grande deposito di masserizie della Chiesa , fatto di panche, inginocchiatoi , candelabri , lampadari in ferro battuto , armadi dismessi, travi di ogni tipo , un vero e proprio cimitero di materiale polveroso , vecchio e rotto , abbandonato al silenzio centenario . Un comodo dormitorio per topi , ragni  e  fameliche termiti.  
La stanza era quindi  separata da questo magazzino da una sottile parete di  legno compensato,  che nel tempo avrebbe  preso la forma  un po’ concava per l’eccessiva altezza del soffitto, e aveva parecchi piccoli sfiatatoi e fessure , soprattutto ai lati . Quando tirava il vento nelle fredde e piovose giornate invernali, specialmente di sera , si sentiva  fischiare, un lamento lugubre e lagnoso e di tanto in tanto sinistri scricchiolii provenivano da quel vecchio mobilio  , e quel rumore sgraziato aveva un che di  misterioso e oscuro. 
Questo particolare  mi  ricorda oggi la sinistra biblioteca dei monaci benedettini nel romanzo di Umberto Eco “Il nome della rosa”.
Peccato che di fantasmi non ce n’era nemmeno l’ombra. Altrimenti sarebbe stato  uno  vero scoop.
Anche i fantasmi giocano a ping pong .
Ho reso l’idea ? Sono riuscito a farvi entrare in questo passato ?
Sono riuscito a farvi rivivere gli indimenticabili momenti , cari amici dell’oratorio  Silvio Pellico?
Noi piccoli eroi , noi protagonisti degli anni 60 .
Mi riferisco a : Arrigo , Celso, Luciano , Tonino , Mario, Franco , Renato, Rodolfo, Gino, Primo, Domenico , Giuseppe, alias pompelmo, Silvano ,  Primo, Paolo , Claudio , Anselmo, Gigi , Pepe, Ermes,  Maurizio , Umberto , Giovanni, Enrico, Arnone, e altri ancora , e poi  Ruggero , Vincenzo e  Leo  che purtroppo  non ci sono più. 
Mi rivolgo anche agli avversari storici,  quelli del Circolo di Brozzi : Giorgio , GianPaolo , Baldo, Maurizio , Giacomo, Filippo, Giovanni ,Alberto, Carlo, Gabriele , Oliviero, Pietro, Umberto, Oriano, Lamberto,  e  altri ancora.
E così ho provato  a scrivere di quegli anni  , a scrivere qualcosa collegato al   ping pong  giocato nelle parrocchie .
E’ stato un breve ritorno al passato , un ritorno a quel ruspante e pionieristico  “ping pong” , oggi  nobilitato nel termine e chiamato  modernamente “ tennistavolo”; un ramake  di  un aspetto di quei  anni ’60  ; per gioire ricordandoli  ancora ,  per  scrivere  di averli splendidamente  vissuti.
Con le nostre interminabili partite  fatte di tanti :  Ping….Pong…..Ping…..Pong……Ping…..Pong …. Ping …. Pong …..

 

Gli anni sessanta

E’ chiaro che  per tanti di noi , a quei tempi si andava a giocare in parrocchia, perché in quegli anni erano  comunque “gli oratori” gli unici  importanti centri di aggregazione giovanile , dove si socializzava senza distinzione di strati sociali, ci si rispettava, non si correva il rischio di rimanere  soli perché incontravi sempre qualche coetaneo ; era lì che  trascorrevamo il nostro tempo libero ,  dove si giocava a calcio ,  a ping pong, a calcio balilla e a pallacanestro. Dove i cappellani normalmente giovani sapevano tutti a giocare a ping pong.
Gli oratori  erano luoghi ritenuti sani , sicuri e formativi  dai genitori, e poi comunque oltre ai bar di città  non c’era altro di meglio.
La storia sportiva  del tennistavolo lughese inizia  così negli anni ’60.
C’erano a Lugo  due società  :  la U.S.Baracca  e il G.S.Fiorente , espressioni di due parrocchie cittadine . Parrocchie che allora erano straboccanti di giovani di tutte le età.
L’U.S.Baracca aveva sede nella parrocchia della Collegiata , mentre il G.S.Fiorente faceva capo alla parrocchia di Brozzi. Questi ambienti erano  molto frequentati da noi ragazzi  , e grazie all’attivismo  dei  giovani cappellani si svolgeva attività sportiva assieme  alla passione di alcuni dinamici  dirigenti: Giuseppe Berardi (Baracca) , Werther Fontana dirigente ( C.S.I.)  e Filippo Montanari (Fiorente). Questi  sono i nomi che mi vengono in mente  e che furono grandi ideatori di tante iniziative.
Una quarantina erano i ragazzi (12-18 anni)   che si allenavano a ping pong  quasi tutti i giorni  nei due oratori  aperti  di pomeriggio e di sera , pur con modeste strutture (un tavolo ciascuno)  e col  poco spazio a disposizione . Al circolo di Brozzi si giocava nella sala- bar   tra i tavolini per il gioco a carte  e un biliardo .
Mai nessun problema , qualche lamentela solo quando la pallina centrava il tavolo dei giocatori che giocavano a  carte o cadeva sul tavolo da biliardo, ma  si giocava sempre e  con tanto entusiasmo .
Giocavamo tutti , sia grandi che piccoli , arieggiava un grande e sano antagonismo tra le due fazioni parrocchiali che si affrontavano  nelle stracittadine con un tifo da stadio . Appariva evidente nell’animo di tutti l’orgoglio dell’appartenenza  a una parrocchia piuttosto che all’altra. E’ questo  lo spirito che tirava.   Un sano antagonismo campanilistico  condito di tanto in tanto anche da  arrabbiature e battibecchi sempre di natura  pongistica. Il motivo era semplice: a nessuno piaceva perdere, tutti volevamo vantarci quando vincevamo di appartenere alla tal parrocchia .
Queste due Società avevano creato un bel gruppo giovanile e furono quindi  protagoniste indiscusse  in quegli anni( 60-69)  sia a livello  provinciale ,  regionale e nazionale , sfornando titoli a ripetizione in tutte le categorie. Primi in Romagna , potevamo competere con  Bologna , Modena, Reggio Emilia e Parma. Nell’ambiente pongistico regionale Lugo contava.E poi  cominciarono ad arrivare i primi importanti risultati .
L’U.S.Baracca  nel 1964 con Arrigo Antonellini ( in carriera  miglior classifica 3/2) e Paolo Caroli  (miglior classifica 3/1) si piazzò  sorprendentemente quarta   a squadre ai campionati  nazionali federali  Gitet , l’attuale FITET di oggi,   nella categoria Allievi che si svolsero a Stresa al Lago Maggiore . 
Andammo  in treno e il viaggio per noi ,  accompagnati da Werther Fontana  parve interminabile,   impiegammo  qualcosa come 6 ore.
E ancora nel 1966 in quel di Varese  l’.U.S.Baracca  composta da Arrigo Antonellini, Paolo Caroli e Garibaldo Croci (miglior classifica 3/2) , campioni regionali in carica  rappresentava l’ Emilia-Romagna . Tra lo stupore  e l’imbarazzo generale dei  dirigenti federali , perché  fu una vera  sorpresa ,  la squadra lughese andò in finale conquistando il 2° posto ai campionati nazionali Gitet   a squadre  nella categoria juniores dietro lo squadrone marchigiano del Vita S.Elpidio imbottito di nazionali (Macerata, Stelmachowicz) . In semifinale i lughesi avevano ottenuto un primo exploit sconfiggendo per 5-4 la favoritissima Novara del nazionale Triulzi .
Nella finale i marchigiani vinsero il titolo di misura per 5-3 e  in televisione nel programma serale della Domenica Sportiva fu data la notizia che il Vital S.Elpidio aveva vinto il titolo.
Con un po’ più  di fortuna , ma  galeotta fu la schiacciata sbagliata di Garibaldo Croci  con Stelmachowicz,  quando era avanti di un set  e subì il ritorno dell’avversario che pareggiò  il set e si impose al terzo  agli spareggi ; se fosse andata diversamente , erano i lughesi  a salire agli onori della cronaca in diretta televisiva.
Sarebbe stata una vera bomba sportiva.
Facendo un passo indietro torno alla semifinale  per ricordare che battere il Novara fu un’impresa clamorosa , come dire Davide  che batte Golia, ma i lughesi erano  più squadra , e questo fu la forza  di tutti i componenti :  Arrigo Antonellini , grande attendista, buona difesa e  spiccato senso tattico,   Paolo Caroli col suo spumeggiante rovescio e martellante gioco d’attacco , Garibaldo Croci, dal gioco difensivo puro   alternato da schiacciate improvvise , sorpresero ed irretirono gli avversari , che forti del loro campione Triulzi si erano presentati ,  con la puzza sotto il naso.
Noi  sprovveduti e sconosciuti attori di campagna, ci chiedevano : di dove siete? Lugo ?, dove rimane ? e contro la blasonata Novara , nessuno avrebbe scommesso un soldo bucato sulla nostra vittoria.    
Vi  immaginate  una squadra di calcio , di una sconosciuta parrocchia romagnola  che va a vincere in casa del Milan ?  Sono iuventino.
Le Società blasonate come  Milano , Torino , Novara, Trieste , Modena , avevano al seguito fior di dirigenti con  il tecnico che sedeva  in panchina , sfoggiavano tute impeccabili con i nomi di sponsor e  marchio societario,  le racchette e le gomme erano le migliori fatte venire apposta dall’estero ; un lusso che se lo potevano permettere solo i grandi Club.
Per contro noi eravamo accompagnati da Masino , mio padre , che  faceva da tecnico e accompagnatore ,  vestiti con la maglietta della ciclistica Baracca , con  racchette e  gomme   che non erano  di ultima generazione .
Ci guardavano tutti  dall’alto in basso , eppure ci siamo cavati lo sfizio di arrivare in finale  in quella che a quei tempi era considerata la  categoria regina del tennistavolo . 
Fu la forza del gruppo l’arma letale.
Che exploit !  Che gioia! Che emozione !.
Ho reso l’idea? .  
L’anno dopo , 1967,   Paolo Caroli , conquistò  titoli provinciali e regionali nella categoria  Juniores , e aveva già alle spalle anche il  4° posto  nella categoria Allievi ai campionati italiani  C.S.I. a Cattolica  nel 1965,  si piazzò al 2° posto ai campionati nazionali C.S.I  categoria  juniores che si svolsero a Nocera Umbra , finale persa 2-1  agli spareggi , dietro il campione milanese  Pellizzola , un talento  che spadroneggiò con titoli nazionali in tutte le categorie  per un quinquennio .
Poi in quegli anni  ci fu  anche il periodo del G.S.Fiorente, della parrocchia di Brozzi ,l’eterna rivale , che oltre a titoli provinciali e regionali con Giorgio Fontana nella cat. allievi e juniores e  con Oliviero Mainardi nella categoria Allievi ,  disputò alcuni campionati nazionali a squadre di serie “B”(1967 e ‘68 e ’69) con la formazione composta da Enrico Tasselli ,Giorgio Fontana , Paolo Caroli emigrato dalla Baracca,  G. Paolo Dalmonte e Maurizio Emiliani . 
Atleta di  maggior spicco  del G .S .Fiorente  Giorgio Fontana ( miglior classifica  3/1 ) che oltre ai numerosi titoli di categoria individuale , arrivò terzo in doppio con Paolo Caroli al nazionale di terza categoria  ad Arezzo (1967), si piazzò al 4°  posto ai campionati Italiani C.S.I.  categoria juniores  a Cattolica 1965, e si ripeté col 6° sempre nella categoria juniores ai nazionali di Nocera Umbra l’anno successivo.    
Clamorosa , nel campionato di serie B 1968/69,  fu la  vittoria dei lughesi per 5-4 sulla titolata Bor Trieste, tanto che ne diede notizia anche la Gazzetta dello Sport coi successi di Paolo Caroli (3^ cat) e Giorgio Fontana  (3^cat) su Cossutta  e Bole  battuti entrambi per 2 set a 1, atleti  tra i primi in Italia ,  classificati di seconda categoria ; la sconfitta  a titolo di cronaca precluse ai triestini di salire  in serie A.
In quegli anni gli incontri di campionato di serie B   venivano giocati   di domenica , si giocavano  in piazza a Lugo nello storico “Auditorium”  sede di concerti e manifestazioni  situato al primo piano di fronte al Bar Marcello .
Nella partita col Trieste ma normalmente in tutte le partite in casa , erano sempre presenti  un centinaio di spettatori  e in quella occasione  diedero man forte ai loro beniamini  con un tifo infernale e i loro apporto al successo della squadra  alla fine fu determinante .
Tanti spettatori  per incontri di ping pong non si erano mai visti e questa grande partecipazione  si ripeté  in  altre occasioni .
Un successo incredibile a quei tempi  e irripetibile per uno sport di nicchia come il tennistavolo.
La gente si fermava al Bar Marcello, frequentatissimo la domenica ,  alla Pasticceria Santina, e  al Bar Radium, era un attimo salire all’Auditorium per  vedere gli incontri della Fiorente, prima dell’aperitivo. 
Poi nel 1971 l’U.S.Baracca  divenne ACLI e  ottenne  un insperato 3° posto ai campionati nazionali di doppio categoria Allievi,  con la coppia formata da Claudio Castellani e Anselmo Magrino, due grandi talenti , due veri puledri di razza .
L’U.S. ACLI  disputò alcuni anni nel campionato di serie “C” con Magrino, Belosi e Paolo Drei fino al 1973/74 e poi più nulla.
I protagonisti di allora avevano preso strade diverse, chi studiò all’università e chi già aveva trovato  ben presto un lavoro . E tutto finì lì.
Mancò il ricambio in sostanza , perché nel frattempo stavano cambiando  le abitudini e i circoli parrocchiali lentamente  si spopolarono e per di più  un  giorno  chiusero i battenti.
Il ping pong a Lugo  finì di brillare di luce propria.
Ritornò a galla nel 1992, grazie a chi?  Provate ad indovinare !
Grazie a due ex miei compagni di tante battaglie : Arrigo Antonellini e Giorgio Fontana e la storia continua……..